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Torna l’ora del value investing?

10/11/2016

Il successo di grandi investitori ha trasformato il value investing nello stile d’investimento dotato della migliore reputazione. I risultati conseguiti dall’oracolo di Omaha sono accompagnati da considerazioni di buon senso e risultano convincenti agli occhi della maggior parte degli investitori retail.

Il value investing è caratterizzato dalla presenza di diverse correnti, tuttavia, se dovessimo aggregarle in una sola, si riassume nell’investire in azioni di società che presentano una quotazione di mercato a forte sconto rispetto al valore reale dell’azienda. Buffett è solito affermare che il prezzo è quello che paghi e il valore è quello che riesci a portare a casa (di conseguenza, la strategia consiste nel cercare titoli in cui il valore sia nettamente superiore al prezzo). A prima vista sembra un’operazione facile ma nella realtà non lo è, perché il prezzo di mercato è un dato certo e il calcolo del presunto valore è del tutto soggettivo (affidato all’esperienza e alle capacità valutative dell’investitore o gestore).

La buona reputazione della gestione value è avallata dalle performance conseguite nel lungo termine e si adatta alle esigenze degli investitori che operano in conformità a un orizzonte temporale molto lungo. Se è vero che l’impostazione prioritaria per l’investitore retail che voglia abbracciare questa strategia deve basarsi sull’orizzonte temporale a sua disposizione, non è di minore importanza la possibilità di incrementare le posizioni in titoli value dopo le tempeste che determinano una caduta indiscriminata di tutti i titoli quotati, anche di quelli di società ben gestite e con ottime prospettive.  Questi periodi favorevoli sono definiti da Buffett come ‘i giorni in cui Mr Market si sveglia particolarmente depresso’. Al contrario, i periodi meno favorevoli all’investimento in titoli value sono quelli in cui le quotazioni salgono all’unisono, indipendentemente dalla bontà dei fondamentali societari.

Normalmente tutto quello che è a sconto si trova in quella situazione per qualche ragione. Non è semplice individuare società eccellenti in grado di generare buoni flussi di cassa, poco indebitate e fornite di un modello di business con forti barriere all’ingresso, un buon management, un solido portafoglio clienti e un buon power pricing.

Esiste la convinzione che ‘value’ sia il contrario di ‘growth’, ma tra questi due stili di gestione apparentemente opposti, ci sono fattori in comune. Un gestore value non acquisterà mai titoli di una società sopravvalutata ipotizzando che potrebbe essere a sconto in virtù della crescita ulteriore dei suoi utili futuri. Allo stesso modo, un gestore growth non acquisterà titoli di una società con utili in declino anche nel caso in cui la quotazione sia molto bassa.

Spingendo all’assurdo la similitudine tra i due stili, potremmo argomentare che value significa cercare un P/e basso con prospettive di ottimi utili per l’anno successivo e growth vuol dire cercare un P/e basso con buone prospettive degli utili per i prossimi dieci anni. In tutti i casi, value e growth non si escludono a vicenda ed è possibile imbattersi in società a sconto con ottime prospettive degli utili, presenti all’interno dei portafogli di gestori che adottano le due distinte strategie.

Molti continuano a credere che lo stile value rappresenti un approccio conservatore all’investimento azionario. Tuttavia, il value investing ha assunto simili caratteristiche solo quando i crolli di Borsa sono stati innescati da rialzi eccessivi (come nel caso della bolla sui titoli tecnologici, periodo in cui l’esposizione nulla al Nasdaq fu il miglior modo per proteggere il capitale). Lo stile value non risulta difensivo quando i crolli di Borsa sono scatenati da crisi globali, come nel 2008, fasi in cui il mercato cerca un mix di qualità, visibilità e bilanci solidi (caratteristiche non sempre presenti in titoli di società a sconto).

A cura di: Rocki Gialanella
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