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Si è svegliato Trump

09/12/2017

Si è svegliato TrumpFinora si era sempre detto che se Donald Trump si fosse finalmente svegliato dal letargo e avesse davvero realizzato qualcuna delle riforme che aveva promesso in campagna elettorale, la borsa statunitense avrebbe tratto un enorme vantaggio e probabilmente sarebbe stata in grado di ripetere un 2018 pari al 2017.

E sembra che il primo importante evento si sia verificato: il Senato Usa ha approvato l’abbassamento dell’aliquota fiscale alle imprese, che è passata dal 35% al 20%. Il provvedimento è stato approvato con una maggioranza risicatissima (51 a 49) e deve essere omologato con il testo un po’ diverso che è passato alla Camera, ma c’è la convinzione che quest’ultimo ostacolo verrà superato.

La prima reazione dei mercati ovviamente è stata più che positiva: venerdì 8 dicembre l’S&P500 ha realizzato l’ennesimo record assoluto, portandosi a quota 2.651,50, con un guadagno in un anno del 18,04%.

Ma si tratta davvero di una riforma fondamentale? E soprattutto, le conseguenze di lunga durata sul mercato azionario e su altri mercati saranno tutte positive?

Innanzitutto vediamo un po’ di numeri. Il provvedimento significherà per lo stato americano un minore incasso di 1.400 miliardi di dollari, che rappresentano circa il 7,50% del Pil Usa. Sicuramente si tratta di una cifra che non sarà facile rimpiazzare e che rischia di creare alle finanze degli States un buco che potrebbe essere fuori controllo. I sostenitori della legge affermano che in questo modo si creerà nuova ricchezza e di conseguenza utili più consistenti, più alti investimenti, più forte occupazione e di conseguenza maggiori consumi. In questo modo, in un paese in cui tutti diventano più ricchi, lo stato dovrebbe recuperare una notevole parte delle entrate fiscali perse.

Ma il calcolo non è così semplice: secondo le valutazioni più ottimistiche la perdita reale per Washington si dovrebbe attestare su 560 miliardi, mentre secondo altri potrebbe arrivare a 1.390 miliardi, praticamente una cifra uguale al taglio delle tasse.

E poi c’è da aggiungere che comunque i vantaggi si vedrebbero dopo un paio di anni, come minimo, mentre i tagli dovrebbero essere immediati. Insomma uno stato che si impoverisce, che dà meno prestazioni ai suoi cittadini e di conseguenza ha un impatto negativo sul Pil complessivo. Non a caso c’è chi pensa che il governo sarà costretto ad alzare le tasse alle persone fisiche, perdendo così una buona parte dei benefici che il provvedimento comporta. Infatti le promesse elettorali prevedevano che il taglio fiscale fosse anche per le persone fisiche, ma ciò non è avvenuto e l’aliquota massima è rimasta al 39%.

Ma le conseguenze possono essere abbastanza pesanti soprattutto sui mercati obbligazionari. Nel momento in cui lo stato avrà bisogno di raccogliere liquidità non avrà molte altre strade da percorrere che emettere nuovi bond governativi. Per di più in un momento in cui la Federal Reserve ha già annunciato che alzerà in tassi. In pratica il saggio attuale del Treasury decennale, che è al 2,37% (non a caso in rialzo negli ultimi giorni) rischia di salire e c’è chi prevede che nel giro di un anno possa arrivare fino al 3,50%. Questo fatto che cosa significa? Semplicemente che i Treasury e gli altri titoli emessi negli anni passati che danno rendimenti minori si adegueranno al nuovo trend di tassi e per dare interessi allineati perderanno valore. In pratica un Bund che attualmente dà il ridicolo interesse dello 0,30% all’anno dovrà risalire presumibilmente almeno all’1-1,50% e chi ha i Bund in portafoglio vedrà scendere le quotazioni e incasserà una minusvalenza.

Ancora peggio può succedere ai titoli di stato dei paesi emergenti, che vengono considerati molto più a rischio dei Treasury: anche in questo caso per restare competitivi dovranno aumentare gli interessi e chi ha già queste obbligazioni in portafoglio vedrà scendere brutalmente il prezzo. In conclusione questa manovra rischia di avviare un vero e proprio crollo del mercato obbligazionario e di dare pesanti problemi di sostenibilità del debito a molti stati emergenti. È vero che sono anni che questo evento viene atteso da tutti e ancora non si è avverato, ma è probabile che questa sia la volta buona.

Un’ultima considerazione: con i bond governativi, considerati risk free per definizione, che danno interessi dell’ordine del 3,50%, le aziende che emettono titoli high yield, che sono meno sicuri, dovranno alzare i tassi per rendersi competitive e rischiano così di pagare agli investitori una buona parte di quei capitali che hanno risparmiato con il taglio fiscale.

In pratica sui mercati finanziari non è detto che ciò che appare ottimo non provochi contraccolpi anche peggiori rispetto alla situazione che si vuole risanare.

A cura di: Alessandro Secciani
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