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Una guerra commerciale Usa-Cina non conviene quasi a nessuno

La situazione delicata che si è creata tra Stati Uniti e Cina nelle trattative commerciali ha alimentato l’instabilità dei mercati. I timori degli investitori sono aumentati: in caso di guerra commerciale a risentirne non sarebbero solo i due ‘duellanti’, ma l’economia mondiale.

01/07/2019
disegno di trump
Usa e Cina: possibili ricadute

L’irrigidimento delle posizioni di Stati Uniti e Cina nelle trattative commerciali ha alimentato l’instabilità dei mercati. I timori degli investitori sono aumentati per il fatto che se la loro disputa dovesse sfociare in una guerra commerciale aperta, a risentirne non sarebbero solo i due ‘duellanti’, ma l’economia mondiale. Perché spiega, tra gli altri, Nikolaj Schmidt, capo economista di T.Rowe Price, per tanti motivi “le guerre commerciali non creano vincitori nel lungo termine”. In primo luogo l’esperto mette a fuoco i due principali effetti che i dazi hanno: perché funzionano come tasse sui beni e perché provocano un clima d’incertezza che influenza i consumi delle famiglie e gli investimenti delle aziende. Nel dettaglio: se da un lato le tasse sui beni aumentano le entrate fiscali, dall'altro comportano un riposizionamento delle risorse inadeguato, in pratica quello che si chiama ‘perdita secca’ della tassazione. Più capillarmente: i dazi, facendo salire il prezzo dei consumi, incidono negativamente sul potere d'acquisto delle famiglie le quali acquistano meno beni. La conseguenza sarà un minore ricorso alla qualità rispetto a un paniere di prodotti il cui valore è distorto dalla tassa. 

Saranno avvantaggiati i prodotti di Vietnam e Messico

Per Schmidt non funziona nemmeno il discorso del Presidente Donald Trump quando dice che, vincendo la guerra dei dazi, famiglie e imprese Usa sostituiranno i beni soggetti ai dazi con altri beni prodotti statunitensi. Ciò contribuirà a creare nuovi posti di lavoro negli Usa. “Personalmente – ammette - ho qualche dubbio: è probabile che tali consumi si sposteranno su beni prodotti in Vietnam o in Messico, più che tornare su quelli statunitensi, e che i posti di lavoro delocalizzati in Cina non faranno in tempo a rientrare in patria prima che il processo di produzione diventi totalmente automatizzato”. Bisogna infatti che gli Usa faccia i conti anche con due fattori avversi: la sua filiera produttiva è più costosa della cinese e l’assenza di impianti nell’elettronica (una delle voci più pesanti nella bilancia commerciale Usa). In sostanza la politica di Trump sta avendo un impatto simile a quello di una stretta monetaria, che di certo non fa parte dei suoi piani. Visto che Usa e Cina sono le due maggiori economie mondiali, l'incertezza generata da una guerra commerciale protratta fra loro inciderà inevitabilmente sull'economia globale. 

Nei Paesi sviluppati la politica monetaria rimarrà accomodante

I pochi Paesi che potrebbero beneficiarne sono quelli, come il Vietnam e il Messico, in grado di offrire sostituti ai beni cinesi gravati dai dazi in modo efficiente dal punto di vista dei costi. Altro aspetto negativo delle guerre commerciali è che alimentano – soprattutto all’inizio - l'inflazione e, proprio come qualsiasi altra forma di stretta fiscale, alla fine provocano un rallentamento della crescita. Mentre la Cina, probabilmente, risponderà cercando di esportare la propria capacità in eccesso nel resto del mondo con effetti di disinflazione. Non solo, scatenano effetti anche sui tassi di cambio e influenzano le politiche delle Banche centrali. Per i Paesi Sviluppati, le conseguenze sulla politica monetaria sono lineari: i dazi portano a una crescita più lenta e a una minore inflazione di fondo, pertanto richiedono un atteggiamento espansivo. Viceversa, nei Paesi emergenti l’aumento dell'incertezza ha maggiori probabilità di innescare deflussi di capitali, esercitando pressioni al ribasso sulla crescita e al rialzo sull'inflazione. Per trattenere i capitali, le banche centrali potrebbero trovarsi costrette a rispondere con un inasprimento monetario. 

Fed: le attuali tariffe doganali non sono una minaccia

Nel contesto attuale, ciò significherebbe un indebolimento delle valute emergenti nei confronti del dollaro USA, che a sua volta perderebbe terreno rispetto alle altre valute principali. Dati gli effetti complessivamente negativi dei dazi, si può essere tentati di concludere che il buon senso avrà la meglio e che Stati Uniti e Cina faranno un passo indietro. Tuttavia, Trump aspira alla rielezione l'anno prossimo e potrebbe decidere che il beneficio politico derivante da uno scontro diretto con la Cina superi il ‘costo’ di una crescita economica più lenta. Per questo è molto improbabile che la vicenda dei dazi si chiuda in tempi brevi. Nel frattempo la Fed fa i conti su quello che finora ha portato la guerra commerciale e sui danni prospettati. I dazi ipotetici del 25% che l'amministrazione Trump potrebbe imporre su 300 miliardi di dollari di importazioni cinesi “potrebbero provocare una perdita di fiducia e provocare reazioni nei mercati, cose che sono fonte di preoccupazione”. Lo ha sostenuto il Presidente della Fed, Jerome Powell, secondo cui le tariffe doganali per ora in vigore “non sono tali da rappresentare una minaccia per l'economia”.

A cura di: Fernando Mancini

Parole chiave:

guerra commerciale stati uniti cina rowe economia
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