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Un’estate con la volatilità ai minimi

05/09/2016

La stagione calda non ha portato i tanto temuti scossoni azionari che avevano caratterizzato l’estate del 2015

I due mesi centrali dell'estate, luglio e agosto, hanno visto un andamento decisamente sorprendente, se consideriamo le premesse, culminate con il panico generato dalla Brexit a fine giugno.

Da allora vi è stata infatti prima una ripresa fenomenale dei corsi azionari e poi ad agosto una forte stabilizzazione, tanto che il mese appena concluso sull'azionario statunitense è risultato il mese meno volatile da 20 anni. È interessante notare che l'estate è coincisa con un cambio di rotta che ha portato l’Msci World Index in territorio positivo dall'inizio dell'anno: infatti la performance dalla fine del 2015 risultava a fine agosto pari a +3,41%. Se poi andiamo a considerare l'andamento nelle prime settimane di questo 2016 scopriamo che dalla fine del 2015 ai minimi della correzione di metà febbraio era stato lasciato sul terreno il 12,3%: di conseguenza la ripresa è stata decisamente molto forte.

Tuttavia, vale la pena notare come il quadro d’insieme non sia stato omogeneo. Al netto dell'equity americano, infatti, il +3,41% del Msci World nei primi otto mesi del 2016 si trasforma in un -0,36%. A deludere sono stati infatti i mercati europei e giapponesi, su cui tante aspettative erano state riposte nell'ultimo biennio. Il primato statunitense si nota, sia a livello di big cap (+6,1% l'S&P 500 a fine agosto), sia ancora più nelle small cap (+10% il Russell 2000). Il vecchio Continente paga il grande peso che il sistema bancario, che in molte realtà europee (non solo del sud) è in condizioni tuttora difficilissime, vanta in molti indici continentali; incide anche una minore spinta al dinamismo innovativo da parte delle aziende europee.

Nel mondo emergente il ritorno dell'appetito per il rischio da parte degli investitori internazionali è stato ancora più intenso. Nei primi due terzi dell'anno, le azioni dei paesi in via di sviluppo hanno fornito un rendimento ancora più lauto: il principale indice di questa asset class, l'Msci Emerging markets, è cresciuto del 15,5% con l'Msci Asia ex-Japan che invece è andato su del 10,9%.

Ciò comporta che finora nel 2016, soprattutto se si considera la relativa debolezza del dollaro, a dare le maggiori soddisfazioni sono state soprattutto le aziende degli emergenti considerati più fragili, quali i grandi produttori di materie prime. Questo fenomeno va affiancato all'eccellente performance delle small cap americane, definizione in cui si trovano molti titoli di comparti ad alta intensità tecnologica.

Gli investitori sono per il momento usciti dalla paura di un ritorno a una devastante recessione mondiale, andando quindi a investire su comparti relativamente rischiosi, che tendono ad amplificare i movimenti al ribasso nelle fasi di crisi. In questo senso l'estate appena trascorsa ha visto un andamento praticamente opposto all'anno scorso: fu proprio nell'agosto del 2015 che scoppiarono i primi focolai di quella che rischiava di essere una nuova crisi globale.

L’ottimismo che gli investitori riversano su Usa ed emergenti, viene espresso proprio in un momento storico in cui entrambe le aree mostrano il minore differenziale positivo di crescita economica con l'Europa, la cui ripresa prosegue in maniera blanda ma stabile.

A cura di: Rocki Gialanella
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