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L’Europa tra l’incudine e il martello nella guerra dei dazi

14/06/2019

L’Europa tra l’incudine e il martello nella guerra dei daziIl conflitto commerciale scatenato dall’Amministrazione Trump, a partire da quello con la Cina, sarà con tutta probabilità lungo e costoso per l’economia mondiale. È l’opinione più diffusa che sta montando sui mercati. L’Europa in questa situazione non è capace di avere una risposta efficace: si trova schiacciata tra un’economia interna tutt’altro che brillante e le difficoltà che ha Bruxelles nell’armonizzare il progetto comune. Ne è convinta, tra gli altri, anche Donatella Principe di Fidelity, secondo cui “come sta dimostrando la recente debole performance economica della Germania, un’Europa che procede in ordine sparso sullo scacchiere internazionale, rischia di diventare il danno collaterale nella guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti”. Un quadro globale che ha, in sostanza, aumentato i rischi di un ulteriore rallentamento della crescita. L'attività economica nell'area dell'euro dovrebbe, secondo le stime di UniCredit,  espandersi solo dell'1% all'anno nel 2019 e nel 2020. Tuttavia, sostiene l’istituto, “non vi è alcuna minaccia immediata derivante dal ciclo finanziario dell'eurozona, che riduce significativamente la probabilità di una grave crisi nella zona euro”, anche se vengono segnalate sacche di rischio a livello nazionale. 

La chiave: unione bancaria e armonizzazione fiscale

Ma la guerra dei dazi resta sempre sullo sfondo come una spada di Damocle che pende sulla congiuntura europea. Ci sono solo due possibilità, sostiene Principe, che ha l’Ue per imprimere una svolta positiva: “il completamento dell’unione bancaria e l’armonizzazione fiscale, sono solo due degli elementi cruciali che potrebbero ridare slancio” alla congiuntura del Vecchio continente. Ma è difficile, al momento, aspettarsi un’azione rapida da parte di Bruxelles. Infatti i mercati guardano con sempre maggiore attenzione ai molti appuntamenti politici che l’Ue ha in agenda per quest’anno, perché possono condizionare non di poco il quadro economico. 

Le incognite: appuntamenti politici, presidenza Bce e Brexit

Archiviate le elezioni europee, che comporteranno numerosi cambiamenti ai vertici delle maggiori istituzioni Ue. Tra questi, a fine ottobre il Parlamento europeo dovrà eleggere il sostituto di Junker alla presidenza della Commissione Ue: al momento la scelta è a favore del tedesco Manfred Weber, ma l’esito delle elezioni potrebbe averla rimessa in discussione. Gli stessi dubbi, ha affermato ancora Principe, che rischiano di riaccendere il confronto per la nomina del successore di Mario Draghi alla guida della Bce (le cui opzioni finora erano circoscritte ai candidati di Francia e Finlandia). Senza dimenticare il delicato appuntamento con la Brexit a fine ottobre, quando la Gran Bretagna dovrebbe uscire dall’Unione. 

Paese con conti pubblici fragili saranno presi di mira

Secondo l’esperta di Fidelity, la maggiore frammentazione del Parlamento emersa dalle ultime elezioni europee e la conseguenza minore spinta decisionale potrebbero alimentare il fronte speculativo nei confronti dei Paesi più fragili dal punto di vista dei conti pubblici, “come ad esempio l’Italia e la Grecia, che appaiono infatti in questo scenario come i più esposti alla reazione negativa dei mercati”. 

Fmi: conflitto dazi potrebbe costare quanto economia Sudafrica

Tornando a quanto rischia di costare il conflitto sui dazi, i dazi adottati dagli Stati Uniti e dalla Cina - inclusi quelli entrati in vigore lo scorso anno - possono ridurre il Pil mondiale del 2020 dello 0,5%. Ciò equivale a una perdita di circa 455 miliardi di dollari, più della dimensione dell'intera economia del Sudafrica. A dirlo è stata Christine Lagarde, il direttore generale del Fondo monetario internazionale. In un blog pubblicato congiuntamente alla G20 Surveillance Note dell'istituto di Washington, l'ex ministro francese delle Finanze ha calcolato che solo le tariffe doganali recentemente alzate al 25% da Washington e Pechino su, rispettivamente, 200 miliardi di dollari di importazioni cinesi e 60 miliardi di importazioni statunitensi potrebbero sottrarre al Pil mondiale lo 0,3% il prossimo anno, quando l'Fmi in teoria si aspetta un'espansione del 3,6% (tanto quella del 2018) dopo una frenata al 3,3% nel 2019. 

Gran parte di questo effetto negativo è dato, secondo Lagarde, dal venire meno della fiducia delle aziende e dall'umore negativo dei mercati finanziari. Per tutti questi motivi l’Fmi auspica una soluzione del problema dazi e arrivare a una modernizzazione del sistema commerciale internazionale. Lagarde offre un esempio: la liberalizzazione del commercio nei servizi potrebbe aggiungere al Pil mondiale di lungo termine 350 miliardi di dollari. Stando alla numero uno dell'Fmi, serve anche “lavorare insieme per riformare il fisco aziendale internazionale, per rafforzare le reti di sicurezza della finanza globale e per risolvere la minaccia esistenziale del cambiamento climatico”.

A cura di: Fernando Mancini
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